«Ero un osservatore. Mi riconosco ancora così.»

Lorenzo, 18 anni, torna alla Scuola dell’Infanzia Imiberg.
Quest’anno la Scuola dell’Infanzia Imiberg entra nel suo venticinquesimo anno.
È nata così una domanda: che cosa è accaduto ai bambini e alle bambine che, negli anni, sono passati da queste stanze? Chi sono oggi? Che cosa li appassiona? Quali strade hanno percorso? C’è qualcosa del bambino che erano che riconoscono ancora nella persona che stanno diventando?
Non si tratta di cercare storie di successo, né di attribuire alla scuola ciò che appartiene alla storia, agli incontri e alle esperienze di tutta una vita. Vogliamo piuttosto tornare a incontrare alcuni dei nostri bambini di ieri e rivolgere loro una domanda che, all’inizio di quest’anno, abbiamo già posto ai bambini di oggi: Che cosa hai portato con te?
Il primo a rispondere è Lorenzo.
Oggi Lorenzo ha diciotto anni, frequenta il quinto anno del liceo Mascheroni e sta pensando al suo futuro. Una possibilità che sente particolarmente vicina è iscriversi a Scienze naturali.
La natura, del resto, lo accompagna da molto tempo. Ma la passione per la fotografia è arrivata più tardi, alla fine della terza media.
Durante una passeggiata con un amico, Lorenzo vede un animale che conosceva, ma che fino a quel momento non aveva mai osservato così. L’incontro dura poco, quasi gli sfugge. Ed è proprio allora che nasce un desiderio: riuscire non soltanto a vedere gli animali, ma a conservare e raccontare quell’incontro attraverso un’immagine.
Comincia così, da autodidatta. Guarda, prova, sbaglia, impara. Incontra altre persone appassionate di fotografia e di natura, si confronta con loro e progressivamente trova un proprio modo di fotografare.
Prima dello scatto
Ascoltandolo raccontare, ci accorgiamo presto che ciò che accade prima dello scatto è importante almeno quanto la fotografia.
Per trovare un animale bisogna conoscerlo. Occorre sapere dove vive, studiare l’ambiente, immaginare dove potrebbe comparire. A volte Lorenzo pensa in anticipo anche alla fotografia che vorrebbe realizzare: lo sfondo, la luce, il paesaggio.
Poi, però, arriva la realtà.
E non sempre fa quello che avevamo previsto.
Un animale compare dove non lo si aspettava. La luce cambia. Qualcosa che si era immaginato non accade e qualcos’altro, invece, accade improvvisamente.
Lorenzo ci racconta che proprio questa parte lo affascina:
«Mi sono sempre piaciute le cose un po’ inattese. Mi piace cercare di arrangiarmi e tirare fuori la fotografia migliore anche quando succede qualcosa che non avevo previsto.»
C’è però un gesto che cerca di compiere prima di prendere la macchina fotografica.
Guardare.
Quando incontra un animale, Lorenzo prova prima a costruirsi quella che chiama una “fotografia mentale”. Non vuole che di quell’incontro rimanga soltanto un file. Vuole poter conservare anche il ricordo di ciò che ha visto.
L’incontro con il gipeto

Il gipeto fotografato da Lorenzo allo Stelvio.
È successo anche con il gipeto, il grande rapace che ha fotografato allo Stelvio e che è poi diventato protagonista di due pagine della rivista Orobie.
Lorenzo lo aveva già visto in passato, ma sempre da molto lontano. Quel giorno era salito allo Stelvio con il papà e con un amico conosciuto attraverso un concorso fotografico. Sapeva che in quella zona i gipeti potevano passare, ma non immaginava che sarebbe riuscito a osservarli così da vicino.
Quando il primo è comparso, la sorpresa è stata innanzitutto nelle sue dimensioni: conosceva i dati, sapeva quanto fosse grande, ma vederlo era un’altra cosa.
Poi ne sono arrivati altri. Lorenzo ha scattato centinaia di fotografie.
La pubblicazione su Orobie è arrivata successivamente, quando il suo lavoro è stato visto da un fotografo professionista. Per Lorenzo quel riconoscimento ha significato qualcosa di più della soddisfazione di vedere una propria fotografia su una rivista.
Gli ha permesso di guardare diversamente anche il proprio lavoro.
«Prima guardavo le fotografie degli altri e pensavo: vorrei riuscire a fare foto così. Poi ho capito che le mie erano diverse non perché fossi meno bravo, ma perché avevo uno stile diverso. Ho pensato: questo è il mio stile e ne vado fiero.»
Anche il suo modo di lavorare sulle immagini è cambiato. Se inizialmente cercava soprattutto di renderle il più belle possibile, oggi presta molta più attenzione a non trasformare ciò che ha visto in qualcosa che non esiste. Interviene sulla luce e sui colori, ma vuole che l’immagine continui a restituire la natura che ha realmente incontrato.
Il bambino che era

Lorenzo alla Scuola dell’Infanzia Imiberg.
A un certo punto della nostra conversazione chiediamo a Lorenzo di fare un salto indietro.
Che bambino ricordi di essere stato?
Riemergono la natura, le amicizie e soprattutto il disegno.
Le fotografie conservate dalla scuola ce lo restituiscono ancora oggi così: chino su un foglio, intento a tracciare segni; concentrato davanti ai colori.
Quella passione non è scomparsa. Oggi Lorenzo disegna anche in digitale e negli ultimi anni ha realizzato illustrazioni per il giornalino della sua scuola.
Poi ricorda una parola che qualcuno aveva scritto di lui quando era piccolo:
osservatore.
«Quando l’ho riletta ho pensato: cavolo, è vero. Anche adesso mi rivedo così.»
Non è l’unica cosa che riconosce.
Parla della sua attenzione alle persone, che oggi definisce empatia. Racconta di essere stato un bambino molto aperto alle amicizie, di aver attraversato crescendo anche periodi nei quali è diventato più riservato e di sentire oggi di aver trovato un equilibrio tra queste due parti della propria storia.
Le relazioni e le amicizie nei ricordi dell’Infanzia.
E affiorano ricordi molto concreti della scuola.
Uno, apparentemente piccolissimo, è rimasto particolarmente impresso: gli incarichi.
Lorenzo ricorda ancora quando gli venne affidato il compito di occuparsi dello spazio del disegno. Gli piaceva disegnare e proprio per questo sentiva particolarmente suo quel compito. Oggi riconosce in quel piccolo incarico una delle prime esperienze in cui ha percepito una responsabilità affidata a lui.
Ricorda anche un disegno del fratello che conserva ancora nel proprio armadio, il diploma ricevuto in occasione della “Notte da grandi”e persino una delle prime volte in cui provò a scrivere il proprio nome. Piccole tracce. Alcune rimangono in un cassetto. Altre nella memoria.
Che cosa hai portato con te?
Arriviamo così alla domanda che dà il titolo a questo percorso.
Se guarda il bambino che era e il ragazzo che è diventato, Lorenzo riconosce diverse cose che sente di aver portato con sé: il disegno, la natura, la capacità di osservare, l’attenzione agli altri, il senso di responsabilità.
Non tutto è rimasto uguale. Molto si è trasformato, alcune passioni sono arrivate dopo, altre hanno assunto forme nuove.
Ed è forse proprio questo che ci interessa osservare: non cercare nel bambino una previsione dell’adulto che sarà, ma riconoscere ciò che, incontrando persone, esperienze e occasioni, può continuare a crescere e trasformarsi insieme a lui.
Tornare
Terminata l’intervista, abbiamo accompagnato Lorenzo a rivedere la Scuola dell’Infanzia.
Molto è cambiato rispetto a quando la frequentava.
Lorenzo si è fermato a osservare il cortile completamente rinnovato, gli ambienti, i colori. Lo hanno colpito la cura degli spazi e la bellezza che oggi li caratterizza.
Era contento di ritrovarli e, nello stesso tempo, li guardava quasi come luoghi nuovi.
Entrando nella sezione dei Panda, una piccola stanza ha attirato la sua attenzione.
«E questa cos’è?»
Ancora una domanda.
Gli abbiamo raccontato del Closlieu, uno spazio dedicato al gioco del colore e a un particolare modo di vivere l’esperienza del dipingere. Da lì la conversazione è tornata al disegno, una delle passioni che Lorenzo riconosce fin dall’infanzia, e alla possibilità di incontrare ancora oggi modi nuovi di guardare il gesto grafico e il colore.
È stato un episodio piccolo e non programmato, ma ci è sembrato contenere qualcosa di tutto l’incontro.
Lorenzo era tornato nella sua scuola dell’infanzia per raccontarci ciò che aveva portato con sé.
E, mentre attraversava nuovamente quegli spazi, continuava a guardare, a domandare, a lasciarsi incuriosire da qualcosa che ancora non conosceva.
Prima di salutarlo gli abbiamo chiesto che cosa direbbe oggi a un bambino di cinque anni che scopre qualcosa che lo appassiona.
«Gli direi di continuare da subito, di tenere viva quella passione. E di essere curioso.»
Forse è proprio qui che, per un momento, i bambini di ieri incontrano quelli di oggi.
Non sappiamo dove porteranno le curiosità dei bambini che oggi abitano queste classi. Non è nostro compito deciderlo in anticipo.
Possiamo però accorgercene, tenerle vive e offrire occasioni perché possano essere esplorate.
Poi ciascuno farà la propria strada.
Forse, tornando molti anni dopo, potrà ancora riconoscere qualcosa di quello sguardo con cui tutto era cominciato.
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